
Dopo una goleada: come togli ai ragazzi la paura di sbagliare
Il risultato di domenica i ragazzi lo dimenticano in fretta. Entro mercoledì nello spogliatoio si parla d'altro.
Quello che resta è un'altra cosa. È il ragazzo che alla partita dopo riceve palla al limite dell'area, ha lo spazio per calciare, e la passa indietro.
Dopo una sconfitta pesante il danno vero non è in classifica. È in quelle scelte.
Cosa lascia davvero uno 0-6
Un adulto legge uno 0-6 come una partita andata male. Un ragazzo di dodici anni spesso la legge come un giudizio su di sé: ho sbagliato, si è visto, e tutti l'hanno visto.
Da lì la conclusione è semplice. Se sbagliare costa così tanto, conviene non provarci. Non tiro, così non sbaglio il tiro. Non punto l'uomo, così non perdo palla. Non chiamo il pallone, così non arriva a me.
Sono scelte sensate per chi ha paura, e sono le scelte che lo fermano. Un ragazzo che smette di tentare smette anche di imparare, perché in calcio si impara solo da quello che si prova a fare.
I segnali: come riconosci chi ha paura di sbagliare
La paura non si legge in faccia. Molti ragazzi dopo una goleada ridono e scherzano come sempre. Si legge nelle scelte con la palla.
- Non tira più, anche da posizione buona. Cerca sempre un passaggio in più.
- Scarica al primo controllo, indietro o di lato, anche quando avrebbe tempo per girarsi.
- Non punta più l'uomo. Il giocatore che saltava il terzino adesso aspetta il sovrapposto.
- Si nasconde: lato debole, dietro un avversario, senza chiamare palla.
- Il portiere resta sulla linea sulle palle alte che prima andava a prendere.
Perché il discorso alla squadra non basta
Il lunedì o il martedì quasi tutti fanno il discorso al gruppo. Va fatto: chiude la partita e rimette il lavoro al centro.
Ma il discorso al gruppo ha un limite. «Testa alta, non è successo niente» lo ascoltano in venti, e ognuno pensa che sia per gli altri. Il ragazzo che non ha più tirato non si sente chiamato in causa. Oppure si sente chiamato in causa davanti a tutti, che è peggio.
La paura di sbagliare è individuale, e si toglie uno per uno. Bastano trenta secondi, a fine allenamento, lontano dai compagni. Con i più piccoli abbassati alla loro altezza, su un ginocchio: è una conversazione, non una convocazione.
Sul minuto dedicato al singolo vale lo stesso principio che usi nell'intervallo, l'abbiamo scritto in cosa dire ai ragazzi nell'intervallo.
La conversazione in quattro passaggi
Funziona con i Pulcini e con gli Juniores, cambia solo il tono. Quattro passaggi, in quest'ordine.
1. Parti da un fatto
Non «ti vedo giù» e non «come stai?». Alla seconda domanda risponderà «bene» e la conversazione è finita.
Parti da una cosa vista in campo, detta senza giudizio: «Domenica non hai mai tirato». È un fatto, lui lo sa, e non può contestarlo.
2. Fagli dire di sì
Fai una domanda chiusa: «Paura di sbagliare?». Quasi tutti rispondono «un po'». Non serve scavare oltre. Ammetterlo ad alta voce è già metà del lavoro, perché una paura detta pesa meno di una tenuta dentro.
3. Normalizza, e prenditela tu
«È normale.» Due parole, nessuna spiegazione.
Poi la parte che conta: la paura di sbagliare nasce dalla conseguenza dell'errore, cioè dal giudizio, dal cambio, dalla panchina. Se la conseguenza la prendi tu, la paura perde il motivo per esistere. «Te la tolgo adesso» non è una frase motivazionale: è una promessa su come reagirai.
4. Dai un permesso di campo
Qui si gioca tutto. Il permesso deve essere un'azione precisa, che si vede e si conta, con l'errore già dentro.
- «Domenica voglio vederti tirare. Anche da fuori.»
- «Voglio che punti il terzino ogni volta che ti arriva palla larga. Se la perdi, va bene.»
- Al portiere: «Su ogni palla alta in area piccola voglio vederti uscire.»
In pratica, la conversazione intera dura meno di un minuto:
- Mister: «Domenica non hai mai tirato. Paura di sbagliare?»
- Ragazzo: «Un po'.»
- Mister: «È normale. Te la tolgo adesso. Domenica voglio vederti tirare. Anche da fuori.»
- Ragazzo: «E se va in tribuna?»
- Mister: «Vado a prenderla io.»
L'ultima battuta è quella che resta. Non spiega niente: dice soltanto che l'errore è previsto e che non costerà niente.
Cosa non dire
- «Stai tranquillo.» Non dice cosa fare, e a chi ha paura suona come un ordine in più.
- «Devi avere più coraggio.» Aggiunge peso invece di toglierlo.
- «Domenica rifatti.» Rimette il risultato sulle sue spalle.
- «Domenica giochi titolare.» Se non lo decidi per motivi di campo, è una promessa che si paga cara alla prima scelta diversa.
Il martedì: allena il tentativo, non la riuscita
La conversazione apre la porta. L'allenamento la tiene aperta.
Nella settimana dopo una goleada costruisci le partite a tema in modo che tentare convenga, anche quando va male:
- Il tiro nello specchio vale un punto, anche se il portiere para. Il gol ne vale due.
- Il gol da fuori area vale doppio. I ragazzi cominciano a cercare la conclusione invece dell'ultimo passaggio.
- Nell'uno contro uno conta il dribbling tentato, non solo quello riuscito.
Come si sceglie l'esercizio del martedì partendo da quello che hai visto domenica, con metri e regole precise, l'abbiamo spiegato in l'allenamento del martedì dopo la partita.
Poi c'è la parte che non sta nell'esercizio: la tua reazione. I tre secondi dopo un tiro finito alto insegnano più di tutto il discorso. Se dici «bravo, ancora» al tentativo e taci sul risultato, il messaggio arriva. Se ti scappa un «ma cosa tiri», hai rimesso la paura dov'era.
Domenica: tieni la promessa
È il momento più difficile, e arriva presto. Il ragazzo tira da trenta metri, la palla finisce in tribuna, e lui si gira subito verso la panchina.
Quello che vede in quel secondo decide se la promessa era vera. Se vede un pollice alzato, tirerà ancora. Se vede una smorfia, o peggio un compagno che si scalda, ha capito che il permesso valeva solo a parole.
Tre regole per la domenica:
- Nessun commento sul tentativo sbagliato che gli avevi chiesto tu.
- Nessuna sostituzione per un errore commesso facendo quello che gli avevi chiesto.
- A fine partita, il conteggio. «Hai tirato tre volte.» Non «peccato per quella fuori». Il numero dei tentativi è il risultato che gli interessa.
Cosa cambia con l'età
Pulcini ed Esordienti. La paura passa in fretta e il permesso funziona quasi subito. La cosa importante è che sia semplice: un'azione sola.
Giovanissimi e Allievi. Qui la paura riguarda il giudizio dei compagni e il posto in squadra. Il permesso è credibile solo se il ragazzo sa che un errore non gli costa il minutaggio. Se hai deciso di dargli spazio, diglielo con chiarezza.
Juniores e prima squadra dilettanti. Stessa struttura, tono da adulti. Il permesso diventa un compito di ruolo: «Quando la palla arriva sull'esterno, voglio l'uno contro uno». Gli adulti la paura non la ammettono volentieri: basta che tu nomini il fatto e il compito.
Errori comuni
- Parlare solo alla squadra. Chi ha più bisogno di sentirlo è quello che pensa sia per gli altri.
- Chiedere «come stai?». La risposta è sempre «bene», e la conversazione finisce lì.
- Dare un permesso vago. «Gioca sereno» non si fa in campo. «Tira» sì.
- Togliere la paura a parole e rimetterla col cambio. Una sostituzione dopo il primo errore cancella tutta la conversazione.
- Parlare della goleada per tutta la settimana. Il lunedì si analizza, dal martedì si guarda alla partita dopo.
Cosa fare adesso
Stasera riprendi la partita di domenica e scrivi i nomi di chi non ha tentato niente: nessun tiro, nessun dribbling, nessuna uscita. Di solito sono due o tre.
Per ognuno scegli un'azione sola da chiedergli. Martedì, a fine allenamento, trenta secondi a testa: il fatto, la domanda, «è normale», il permesso.
Scrivi da qualche parte cosa hai promesso a ciascuno. Domenica dovrai mantenerlo nel momento esatto in cui sarà messo alla prova, e quel momento arriva sempre prima di quanto pensi. Se tieni un diario tecnico della stagione, è la riga giusta da aggiungere.
Domande frequenti
Come capisco se un ragazzo ha paura di sbagliare dopo una sconfitta pesante?+
Dalle scelte, non dalla faccia. Smette di tirare anche da posizione buona, scarica la palla al primo controllo, non punta più l'uomo, non chiama il pallone. Conta i tentativi in partitella per due allenamenti: il calo si vede in un numero.
Basta parlare alla squadra dopo una goleada?+
No. Il discorso al gruppo serve per chiudere la partita, ma la paura di sbagliare è individuale e ognuno pensa che il discorso sia per gli altri. Serve una conversazione breve, a tu per tu, con chi ha smesso di tentare.
Cosa dico a un ragazzo che non ha più tirato in porta?+
Un fatto, una domanda chiusa e un permesso preciso. «Domenica non hai mai tirato. Paura di sbagliare?» Di solito risponde «un po'». Gli dici che è normale e gli chiedi un'azione concreta per la prossima partita, con l'errore già messo in conto: «Voglio vederti tirare, anche da fuori».
Come si allena il coraggio di tentare?+
Premiando il tentativo invece della riuscita. In partitella il tiro nello specchio vale un punto anche se il portiere para, il dribbling tentato si conta anche quando la palla si perde. E dalla panchina la reazione al tiro sbagliato deve essere la stessa del tiro riuscito.
E se domenica sbaglia di nuovo?+
È previsto. Se gli hai chiesto di tirare da fuori, il tiro in tribuna non si commenta e non costa la sostituzione. A fine partita gli dici quante volte ha tirato, non se ha segnato. La promessa vale solo se la mantieni la prima volta che viene messa alla prova.
Vedi anche: Dopo la prima di campionato: cosa puoi giudicare e cosa no, «In cosa sei forte?»: la domanda a cui un ragazzo non sa rispondere.
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