
«In cosa sei forte?»: la domanda a cui un ragazzo non sa rispondere
Provaci a fine allenamento. Prendi un ragazzo, indica un compagno e chiedigli in cosa è forte.
Ti risponde in due secondi. «Ha un tiro pazzesco.» «Non lo salta nessuno nell'uno contro uno.» Non ci pensa nemmeno.
Poi chiediglielo su di lui.
Silenzio. Si stringe nelle spalle. Se insisti tira fuori una cosa generica — «boh, corro» — e ti guarda per capire se la risposta era quella giusta.
Non è timidezza e non è modestia. È che nessuno gliel'ha mai detto.
Perché vede tutto degli altri e niente di sé
Un giocatore si costruisce l'idea di sé con le frasi che gli arrivano addosso. Fai il conto di quelle che dici in una seduta: «più corto», «non lì», «girati prima», «hai tardato». Sono quasi tutte correzioni, e va bene così — è il mestiere, si allena indicando quello che non funziona ancora.
Il problema è l'aritmetica. Se le uniche frasi personali che un ragazzo riceve in tre mesi sono correzioni, l'immagine che si forma di sé è un elenco di cose da sistemare. Non perché tu gli abbia detto che è scarso: perché non gli hai mai detto nient'altro.
Sul compagno, invece, guarda da fuori. Non ha il filtro dell'ultimo errore, non ha in testa la sgridata di giovedì. Vede solo quello che quello fa bene, e infatti lo dice subito.
Perché non è un discorso da psicologi
C'è una ragione tecnica, prima ancora che umana.
Quando la partita si complica, un giocatore deve scegliere in fretta. Chi sa di essere forte nel gioco corto, sotto pressione, cerca il compagno vicino. Chi sa di essere forte nel duello va a prendersi il pallone. Chi non sa niente di sé sceglie a caso, o sceglie la cosa che gli fa correre meno rischi: la palla lunga, il fallo laterale, il passaggio all'indietro.
La settimana in cui a un difensore dici «nell'anticipo tu ci arrivi sempre, fidati» non stai facendo un complimento. Stai riducendo il suo tempo di decisione la domenica dopo.
E c'è la parte lunga. A settembre sono tutti motivati: ricomincia, il campo è nuovo, il gruppo è nuovo. Il momento in cui un ragazzo smette è quasi sempre febbraio — freddo, allenamenti al buio, tre domeniche di fila in cui è entrato al 70'. Lì l'unica cosa che tiene è sapere di essere utile a qualcosa di preciso. La sensazione generica di «essere bravo» a febbraio non regge, perché i fatti dicono il contrario.
Come si nomina un punto di forza
Cinque regole. Non sono di galateo: sono quello che separa una frase che resta da una che evapora.
Una cosa sola
Se ne dici tre non ne resta nessuna. Il ragazzo esce dal colloquio contento e il martedì dopo non saprebbe ripeterne una. Una sola, la più vera, e la stessa per tutta la stagione.
Il gesto, non la qualità
«Sei generoso» è un giudizio sulla persona. Non si può verificare, non si può allenare e — soprattutto — al primo allenamento in cui non torna, decade.
«Quando perdiamo palla tu sei il primo che rientra, e succede anche quando siamo sotto di due» è un'osservazione su un comportamento. Il ragazzo può controllarla. Può rifarla. E può decidere che quella è una cosa sua.
La differenza pratica: un punto di forza formulato bene contiene un verbo e un momento della partita. Se nella frase non c'è né l'uno né l'altro, stai facendo un complimento, non stai nominando niente.
Subito dopo il fatto
Dieci secondi in campo, appena successo, valgono più di dieci minuti a tavolino il mercoledì. A caldo il ragazzo ha ancora l'immagine di quello che ha fatto: gli stai attaccando un'etichetta a una cosa che vede. A freddo gli stai raccontando una storia su di lui, e lui aspetta di capire dove vuoi arrivare.
Mai attaccato a un «però»
«Sei forte nel primo controllo, però devi alzare la testa.»
Questa frase insegna una cosa sola: quando il mister comincia con un complimento, sta per arrivare la fregatura. Alla terza volta il ragazzo non ascolta più la prima metà.
Correzione e riconoscimento vanno in due momenti separati. Anche a distanza di dieci minuti, ma separati.
Ripetuta a febbraio
È la regola che quasi nessuno rispetta, ed è quella che conta di più. A settembre lo dicono tutti qualcosa di buono a tutti. A febbraio, quando il ragazzo sta uscendo dal gruppo senza dirtelo, quella stessa frase — la stessa, non una nuova — è l'unica cosa che lo rimette dentro.
Perché funzioni deve essere ancora vera, e per essere ancora vera devi averla scritta. Su cosa vale la pena annotare durante l'anno, e come farlo senza trasformarlo in un secondo lavoro, c'è il diario tecnico della stagione.
L'esercizio: farlo dire a loro
C'è una versione di gruppo che costa tre minuti a fine seduta e fa un lavoro che tu da solo non puoi fare.
- A coppie, sorteggiate o assegnate da te. Non lasciarli scegliere: si mettono con l'amico e diventa una cosa fra due.
- Trenta secondi a testa, una cosa sola: in cosa è forte il tuo compagno. Deve essere una cosa che ha visto in campo, non una qualità morale.
- Chi ascolta non risponde. Niente «ma va'», niente rilanci. Ascolta e basta. È la parte difficile e va detta prima.
- Chiudi tu, con una frase sola, senza commentare le loro.
Tre avvertenze da chi ci è passato.
La prima: nelle categorie di base funziona meglio in cerchio e ad alta voce, dai 14 anni in su funziona meglio a coppie e a bassa voce. Sopra i 14 il gruppo è un pubblico, e davanti a un pubblico nessuno dice una cosa sincera.
La seconda: fallo una volta, non ogni settimana. Ripetuto diventa un rituale e i ragazzi imparano a dire la cosa che ci si aspetta.
La terza, la più importante: tu ascolti e prendi nota. Quello che i ragazzi dicono l'uno dell'altro è la lettura più onesta del tuo gruppo che avrai tutto l'anno, e ti dice due cose in una — chi ha un punto di forza riconosciuto da tutti, e chi non se lo sente dire da nessuno. Il secondo è quello di cui devi occuparti la settimana dopo.
Quello che non funziona
«Hai talento.» È la parola più inutile che puoi usare. Non contiene un gesto, non contiene un momento, non si può allenare, e per un ragazzo significa una cosa sola: o ce l'hai o non ce l'hai. Chi la sente e poi fatica conclude che il talento se n'è andato.
Il giro di complimenti a tutti. Se in dieci minuti dici una cosa buona a tutti e diciotto, i ragazzi se ne accorgono prima di te e da quel momento nessuna delle diciotto vale niente.
Il punto di forza che coincide con il ruolo. «Sei forte a fare il terzino» non è un punto di forza, è la formazione. Va nominata la cosa che quel ragazzo fa meglio dei compagni che giocano dove gioca lui.
Dirlo solo a chi gioca. È esattamente al contrario: chi entra al 70' ha meno occasioni di scoprire da solo in cosa è forte, quindi ha più bisogno che glielo dica tu. Se stai anche mettendo per iscritto come decidi la formazione — e conviene farlo — i criteri delle convocazioni e questa conversazione sono lo stesso discorso visto da due lati.
Cosa fare adesso
Prendi la lista dei convocati dell'ultima partita e leggila lentamente. Per ogni nome, prova a completare a mente questa frase:
Quando succede ____, lui ____ meglio di chiunque altro qui dentro.
Sui primi cinque o sei ti viene subito. Poi arriverai a un nome su cui non ti viene niente, e a quel punto ne arriveranno altri.
Quelli sono i ragazzi da guardare martedì. Non perché siano i più deboli — spesso non lo sono affatto. Perché sono quelli che non hai ancora guardato abbastanza da avere qualcosa da dirgli.
Poi scrivile, quelle frasi. Una riga per giocatore. Ti servirà a febbraio, quando uno di loro entrerà in spogliatoio con la faccia di chi ha già deciso di smettere e tu avrai trenta secondi per dirgli una cosa vera.
Domande frequenti
Domande frequenti
Perché un ragazzo non sa dire in cosa è forte?+
Perché quasi tutto quello che sente in campo è correttivo. Un giocatore si costruisce l'immagine di sé con le frasi che gli arrivano, e se sono quasi tutte correzioni si vede come un elenco di cose da sistemare. Sul compagno invece guarda da fuori e vede quello che fa bene, senza filtri.
Come si dice a un giocatore in cosa è forte senza fargli montare la testa?+
Nominando un gesto, non una qualità. «Sei forte» è un giudizio sulla persona e gonfia. «Quando perdiamo palla sei il primo che torna, anche quando siamo sotto di due» è un'osservazione su un comportamento: si può ripetere, si può allenare e non si può contestare.
Quando è il momento giusto per dirlo?+
Subito dopo il fatto, in campo, in dieci secondi. Un punto di forza detto a freddo in una chiacchierata programmata suona come un preambolo: il ragazzo smette di ascoltare e aspetta il «però».
Va detto davanti alla squadra o da solo?+
Da solo, se è la prima volta e se è specifico. Davanti al gruppo funziona quando serve a fissare un comportamento che vuoi diffondere, ma allora stai parlando a tutti e il ragazzo è solo l'esempio: sono due cose diverse e conviene non confonderle.
Si può usare il punto di forza per introdurre una correzione?+
No. La formula «sei bravo in questo, però» cancella tutto quello che viene prima: il ragazzo impara che il complimento è l'anticamera del rimprovero e la volta dopo non sente più la prima metà della frase. Complimento e correzione vanno in due momenti diversi.
Come si fa a ricordarsi a febbraio quello che si è visto a settembre?+
Scrivendolo. A settembre te lo ricordi da solo, a febbraio no: in mezzo ci sono venti allenamenti, gli infortuni e le domeniche storte. Una riga per giocatore nel diario tecnico, aggiornata quando succede qualcosa, è la differenza fra averlo visto e potertene servire.
Vedi anche: Cosa annotare nel diario tecnico della stagione, Chi gioca e chi no: i criteri delle convocazioni nel giovanile, Come parlare ai genitori nel calcio giovanile.
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